I Temi

La sezione offre l'opportunità di esplorare alcuni temi cruciali nella storia delle istituzioni repubblicane attraverso schede informative e contributi editoriali

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Principi costituzionali

Articolo 9

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Cultura e ambiente

Al termine della Seconda guerra mondiale, lo scenario internazionale era caratterizzato da tensioni legate alla definizione dei trattati di pace e al difficile ripristino di relazioni pacifiche tra Stati, oltre che dai primi segnali anticipatori della Guerra fredda.

Nel caso italiano, alle difficoltà poste dalla ricostruzione materiale, istituzionale e morale del paese si affiancarono quelle, non meno complesse, legate alla ripresa delle relazioni internazionali della giovane Repubblica.

Da parte delle forze politiche antifasciste si registrò il tentativo di marcare le distanze rispetto al regime fascista, accentuando la discontinuità istituzionale e storica creatasi il 2 giugno 1946 con la scelta repubblicana e fissando l'obiettivo primario di recuperare la piena indipendenza e sovranità.

L'epoca del nazionalismo aggressivo fascista, così come quella della sopravalutazione del ruolo internazionale dell'Italia nell'età liberale potevano dirsi concluse.

Si assistette inoltre al periodico riemergere di atteggiamenti nazionalisti e, in alcuni casi, nostalgici rispetto al passato coloniale dell'Italia, che rifiutavano condizioni di pace che apparissero "punitive" nei confronti del paese.

Il primo nodo da sciogliere nei rapporti internazionali fu infatti quello relativo alle trattative di pace: le autorità italiane, supportate da una parte significativa dei media e dell'opinione pubblica, sottolinearono il ruolo storico della civiltà italiana e, soprattutto, il contributo offerto alle forze democratiche dai gruppi della Resistenza e, dopo l'8 settembre, dall'esercito, nella speranza che ciò potesse porre in secondo piano il sostegno alla Germania hitleriana.

Tuttavia, a fronte delle responsabilità italiane nello scoppio e nella successiva degenerazione del conflitto, la cobelligeranza non fu riconosciuta e l'Italia fu posta sullo stesso piano degli altri alleati del Terzo Reich, essendo pertanto esclusa dal tavolo delle trattative di pace in quanto paese sconfitto.

Al termine di lunghe e complesse negoziazioni, il 10 febbraio 1947 l'Italia firmò il Trattato di pace, che restituiva al paese piena sovranità, ma imponeva contestualmente il pagamento di ingenti riparazioni, il ridimensionamento della potenza militare, la perdita della sovranità sulle colonie e modifiche confinarie a vantaggio di Jugoslavia e Francia.

Anche grazie alle iniziative diplomatiche adottate dai governi italiani, alcune delle clausole del Trattato furono sottoposte a revisione, mentre fu necessario adottare ulteriori provvedimenti per dar corso ad alcune disposizioni.

Sul fronte coloniale, l'Italia ottenne infatti dalle Nazioni unite l'amministrazione fiduciaria della Somalia per un decennio (1950–1960), un risultato ben inferiore agli obiettivi iniziali perseguiti dal governo, che ambiva a mantenere una presenza nelle ex colonie conquistate prima dell'avvento del regime fascista, facendo riferimento al presunto contributo dei lavoratori italiani al progresso e alla civilizzazione dei territori africani.

Per quanto riguarda il problema dei confini, la gestione dei territori germanofoni dell'Alto Adige, conservati sotto la sovranità italiana, fu regolata attraverso un accordo con le autorità austriache (accordo De Gasperi–Gruber, 1946), mentre la sovranità italiana sulla città di Trieste, inizialmente posta sotto controllo alleato, fu ristabilita nel 1954, al termine di complesse vicende che coinvolsero le autorità italiane e jugoslave e le maggiori potenze alleate (il confine franco–jugoslavo fu fissato definitivamente solo nel 1975, con il Trattato di Osimo).

Oltre a dover gestire le questioni internazionali generate dalle clausole del Trattato di pace, i governi italiani si trovarono di fronte alla necessità di ridefinire gli assi portanti della politica estera e plasmare una nuova immagine del paese, mentre, sul fronte interno, si poneva il problema della nuova identità della Repubblica.

La visione della Democrazia cristiana (DC) presupponeva la rottura con il passato fascista, sia sul piano interno sia, soprattutto, sul piano internazionale, e si caratterizzava per il richiamo a elementi tradizionali, di carattere geografico (la collocazione strategica dell'Italia al crocevia tra mondo europeo e mondo mediterraneo) e storico (il riferimento alla romanità e alla cristianità come cardini della civiltà italiana, europea ed occidentale).

A questa visione si contrapposero quelle elaborate da altre culture politiche: mentre il Partito d'azione e la componente riformista del socialismo concepirono le relazioni internazionali dell'Italia principalmente in chiave europea, arrivando ad ipotizzare la dissoluzione della sovranità nazionale in un organismo di tipo federale sul modello degli "Stati uniti d'Europa", i comunisti e i loro alleati cercarono di bilanciare la difesa degli interessi nazionali con la scelta di campo filo–sovietica, ponendosi in una condizione che si rivelò di non semplice gestione già durante le trattative di pace, quando l'URSS appoggiò le rivendicazioni territoriali della Jugoslavia ai danni dell'Italia, e che divenne ancora più complessa negli anni della Guerra Fredda.

Lo scontro tra Blocchi condizionò infatti prepotentemente la politica estera dell'Italia, un paese che scontava una condizione di debolezza sul piano internazionale per diversi fattori, tra i quali il perdurante ricordo del passato regime, le difficoltà socio–economiche e il conseguente problema migratorio, la polarizzazione del dibattito politico.

Nel gennaio 1949, l'Italia rese pubblica e definitiva la sua adesione al Blocco atlantico, una scelta che implicò benefici di carattere politico ed economico (primo fra tutti l'accesso agli aiuti del piano Marshall) ma che ebbe anche un peso determinante nella fine dei governi di solidarietà nazionale e nell'inizio della nuova fase politica del centrismo, a seguito dell'esclusione del Partito comunista italiano – PCI e del Partito socialista italiano – PSI dal governo.

Parallelamente, il governo italiano ripristinò le tradizionali relazioni bilaterali con i principali paesi dell'Europa occidentale e aderì ai primi progetti di cooperazione politica ed economica su scala globale, chiedendo di entrare a far parte delle Nazioni unite già nel 1945, richiesta che tuttavia venne soddisfatta solo 10 anni più tardi.

Sul piano economico, l'adesione dell'Italia al Fondo monetario internazionale, agli accordi di Bretton Woods e alle iniziative di cooperazione promosse all'interno del Blocco atlantico, da un lato, e la partecipazione ai primi progetti di integrazione europea, dall'altro, determinarono l'adozione di politiche liberiste che avrebbero auspicabilmente garantito al paese un posto nel nuovo ordine economico internazionale che si andava affermando nel dopoguerra, improntato a un modello di economia "aperta".

L'adesione italiana alle organizzazioni menzionate faceva perno sui principi costituzionali sanciti negli articoli 10 e 11, che impegnavano il paese a perseguire gli obiettivi della cooperazione internazionale e della partecipazione a organismi internazionali votati all'obiettivo della pace, anche a costo di sacrificare parte della sovranità nazionale.

Questa scelta appariva coerente con i valori della Repubblica, ma costituiva allo stesso tempo la presa d'atto dell'impossibilità di imporre un ruolo internazionale dell'Italia che non poggiasse su alleanze e collaborazioni con altri paesi.

L'Italia del dopoguerra era inoltre caratterizzata da una condizione di dipendenza economica sia verso gli Stati Uniti sia verso i partner europei e dalla presenza di uno dei più influenti partiti comunisti del mondo occidentale, a lungo percepito come una possibile minaccia alla permanenza dell'Italia nel blocco occidentale.

In questo quadro, le scelte adottate in materia di politica estera dai governi che si succedettero nel corso dei decenni furono il risultato non solo della direzione impressa dalla leadership DC ma anche del confronto con diversi attori della società (il mondo dell'imprenditoria, i sindacati, la Chiesa cattolica etc.), sovrapponendo in molti casi le questioni di politica interna e quelle relative alle relazioni internazionali.


Testo di Elisa Tizzoni


Persone: Alcide De Gasperi
Riferimenti bibliografici:

Paolo Acanfora, Miti e ideologia nella politica estera Dc. Nazione, Europa, Comunità atlantica (1943–1954), Bologna, Il Mulino, 2013.

Sara Lorenzini, L'Italia e il trattato di pace del 1947, Bologna, il Mulino, 2007.

Alessandro Pes, La decolonizzazione nell'Italia dell'Assemblea costituente, in Francesco Bonini, Paola Carlucci, Sandro Guerrieri, Vera Capperucci (a cura di), La Costituente Italiana. Un Percorso Europeo, Siena, Edizioni Università per Stranieri di Siena, 2020, pp. 201–217.

Antonio Varsori, La dimensione internazionale della transizione postbellica in Italia (1943–1949), in "Il Politico", vol. 82, n. 3, 2017, pp. 124–159.

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Tra la fase finale del secondo conflitto mondiale e i primissimi anni della ricostruzione, nei paesi dell'Europa occidentale la riflessione sull'identità europea e sulle forme attraverso le quali definire nuove modalità di cooperazione economica e politica tra gli Stati del vecchio continente acquisì slancio, coinvolgendo singoli intellettuali e gruppi politici.

Questo processo si verificò anche nel contesto italiano, dove una parte significativa dei sostenitori dell'europeismo condivideva il progetto di una vera e propria federazione europea, che consentisse di superare il modello di sovranità statuale su base nazionale, ritenuto responsabile della crescente aggressività nelle relazioni tra Stati e del conseguente scoppio dei conflitti mondiali.

Le idee federaliste, espresse nel Manifesto di Ventotene, elaborato nel 1941 dagli antifascisti Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi, trovavano seguito soprattutto tra gli esponenti del Partito d'Azione (PdA) ma riscuotevano egualmente interesse presso altri gruppi politici.

La creazione di forme di integrazione europea diverse rispetto a quella "politica" caldeggiata dai federalisti era invece appoggiata dai partiti italiani di più antica tradizione.

Se i repubblicani, in particolare Ugo La Malfa, vedevano nell'Europa politica la realizzazione dei progetti di solidarietà e cooperazione continentale elaborati da Carlo Cattaneo, Giuseppe Mazzini e da altre figure del Risorgimento, i liberali ritenevano che la collaborazione tra gli stati del vecchio continente avrebbe costituito la premessa per l'affermazione degli ideali politici del liberalismo e, sul piano economico, per l'introduzione di politiche liberiste improntate alla libera circolazione di merci e capitali.

All'interno della Democrazia cristiana (DC), dove pure coesistevano diverse posizioni, si affermò una visione gradualista che risultava in sintonia con l'approccio funzionalista assunto come principio guida nelle prime fasi del processo di integrazione), secondo il quale l'unione dell'Europa si sarebbe realizzata per gradi e in un arco di tempo lungo, prendendo avvio dall'integrazione di settori economici ben identificati.

Tra le fila della sinistra, i socialcomunisti manifestarono a lungo contrarietà ai progetti di integrazione europea avviati nel dopoguerra, ritenendoli un'ulteriore declinazione dell'atlantismo e dell'anticomunismo perseguiti dai leader dei paesi occidentali; di contro, tra i socialisti riformisti non mancavano i sostenitori dell'europeismo.

A fronte dell'ampia convergenza della DC e delle altre forze politiche del campo moderato verso gli ideali europeisti, il governo italiano partecipò alle prime iniziative per la creazione di forme permanenti di cooperazione economica tra Stati europei, giocando un ruolo a lungo sottovalutato ma comunque significativo.

L'Italia aderì infatti all'Organizzazione Europea di Cooperazione Economica (OECE), nata nel 1948 per promuovere la collaborazione in ambito economico tra i paesi beneficiari del Piano Marshall, e all'Unione europea dei pagamenti, un accordo multilaterale per i pagamenti internazionali sottoscritto nel 1950.

Successivamente, il governo italiano prese parte ai negoziati che seguirono la presentazione del piano Schuman (1950, così denominato con riferimento al ministro degli Affari esteri francese Robert Schuman, ma in realtà concepito da Jean Monnet), in base al quale i settori strategici dell'estrazione del carbone e della produzione siderurgica sarebbero stati gestiti congiuntamente dai paesi che avessero aderito al progetto, attraverso l'istituzione di un'Alta autorità e di regole comuni e introducendo, pertanto, un modello di cooperazione economica radicalmente innovativo.

Il Piano Schuman condusse alla nascita della prima comunità europea, la Comunità europea del Carbone e dell'acciaio (CECA), creata a seguito della firma del Trattato di Parigi (18 aprile 1951), alla quale aderirono inizialmente 6 paesi (Francia, Germania Occidentale, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo).

La scelta europeista dei governi centristi adempiva a obiettivi di politica estera, legati alla necessità di superare l'isolamento internazionale, recuperare un ruolo paritario a fianco dei paesi europei, ripristinare i tradizionali legami diplomatici tra l'Italia e gli Stati del continente; a motivazioni interne, legate all'esigenza del maggior partito di governo di fornire nuovi punti di riferimento politici e morali coerenti con l'identità della DC; a motivazioni economiche, ascrivibili alle necessità della ricostruzione economica e alla presenza di consistenti flussi migratori in uscita dall'Italia.

Alcide De Gasperi, annoverato tra i "padri fondatori" della Comunità europea, sostenne sin dalle prime fasi il processo d'integrazione in qualità di presidente del Consiglio e leader della DC, affidando importanti responsabilità di governo e di rappresentanza delle istituzioni a figure politiche che condividevano con lui l'adesione agli ideali dell'europeismo, come Carlo Sforza (Partito repubblicano italiano, ministro degli Esteri tra il 1947 e il 1951) e Paolo Emilio Taviani (DC, rappresentante italiano al tavolo di trattative sul Piano Schuman e successivamente nominato sottosegretario agli Esteri).

Il contributo di De Gasperi al processo di integrazione europea è stato peraltro interpretato sia come il riflesso delle convinzioni etico morali e del percorso biografico dello statista trentino, che avrebbe visto nell'adesione alla comunità europea la realizzazione dei valori di civiltà espressi dal cristianesimo e della missione storica dell'Italia, sia come il frutto di considerazioni pragmatiche, che tenevano conto della difficile situazione politica ed economica dell'Italia nei primi anni del dopoguerra.

In ogni caso, la prospettiva di nuove forme di cooperazione tra gli Stati europei non condizionò solamente la politica estera italiana ma costituì un elemento integrante del processo di fondazione della Repubblica, come confermato dalle formulazioni adottate negli articoli 10 e 11 della Costituzione, nei quali si afferma l'adesione dell'Italia al diritto internazionale e si ammettono limitazioni di sovranità derivanti dalla partecipazione a organizzazioni internazionali che perseguano l'obiettivo della pace (un obiettivo peraltro espressamente menzionato nella Dichiarazione Schuman e nel trattato istitutivo della CECA).

Nello stesso tempo, la partecipazione italiana alla prima fase del processo di integrazione non fu esente da contraddizioni e da difficoltà. Le iniziative governative non furono sempre coerenti e coronate da successo e si scontrarono con l'opposizione dei socialcomunisti; non mancarono inoltre obiezioni da parte di correnti interne alla maggioranza governativa.

Sul piano economico, l'integrazione economica, ancorché inizialmente limitata ai due settori strategici dell'estrazione di carbone e della produzione di acciaio, fu osteggiata da diversi settori dell'imprenditoria, richiedendo una complessa opera di mediazione da parte del governo.

Lo stesso processo di integrazione non seguì un percorso di sviluppo lineare e progressivo, ma incontrò momenti di stallo anche nella prima fase, come avvenne in occasione del fallimento del progetto per la creazione di una Comunità europea di difesa (CED), avanzato nel 1950 dal presidente del Consiglio francese René Pleven, che avrebbe garantito alla nascente CECA uno strumento di difesa militare comune.

L'Italia, inizialmente timorosa che la creazione della CED imponesse obblighi di partecipazione troppo onerosi sia dal punto di vista finanziario che organizzativo per uno Stato ancora alle prese con le difficoltà della ricostruzione, aderì comunque al progetto, ma cercò di riorientarne gli obiettivi. Su iniziativa di De Gasperi nel trattato istitutivo della CED fu infatti inserito un articolo, il n. 38, che definiva un percorso istituzionale grazie al quale sarebbe stata creata una Comunità politica europea (CEP).

La mancata istituzione della CED e, di conseguenza, della CEP, marcò una battuta d'arresto nel processo di integrazione ma, al contempo, fu uno stimolo verso la ricerca di nuove strade, che si orientarono verso il modello funzionalista e la cooperazione economica, come già avvenuto per la CECA.

Pertanto, nel corso di una riunione dei ministri degli Esteri dei Sei tenutasi a Messina nel 1955, gli stati membri della CECA si impegnarono a perseguire l'obiettivo di approfondire il processo di integrazione europea, inizialmente in campo economico ma con il fine ultimo di creare un sistema di istituzioni comuni e armonizzare le rispettive politiche sociali.

Questo impegno si concretizzò con la firma dei Trattati di Roma (25 marzo 1957), che istituirono la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell'energia atomica (EURATOM), aprendo dunque una nuova fase, che ha attraversato momenti di crisi e di rilancio, passando attraverso l'allargamento della comunità a nuovi Stati.

Attraverso le significative modifiche ai Trattati di Roma apportate dall'Atto unico europeo (1986) e, soprattutto, dal Trattato di Maastricht (1992) è stato definito un nuovo quadro istituzionale per la comunità, che ha a sua volta permesso l'adozione della moneta unica e la nascita di una Unione europea (UE), in luogo della CEE.

Recentemente il processo di integrazione si è ulteriormente approfondito, anche grazie alla razionalizzazione del quadro normativo operata dal Trattato di Lisbona (2009), ma non sono mancati momenti di stallo e divergenze tra gli stati membri su aspetti importanti delle politiche comunitarie e nazionali, oltre che sul ruolo globale dell'Europa.

Nel corso dei decenni, la partecipazione al processo di integrazione permise di contrastare alcune delle fragilità strutturali dell'economia italiana, fragilità che tuttavia in molti casi riemersero, anche a causa di attori che non sempre compresero e condivisero gli obiettivi dell'europeismo, scontando dunque un rapporto di dipendenza nei confronti degli altri membri della comunità.

Sul piano politico, i partiti italiani manifestarono spesso la tendenza a subordinare le tematiche europee e, più in generale, le questioni di politica estera e cooperazione internazionale, agli obiettivi di politica interna e a sottovalutare l'importanza di una partecipazione attiva al dibattito e al processo decisionale comunitario.

Sul piano della società civile, infine, si registrò a lungo un generale apprezzamento per il progetto di integrazione europea, scalfito solo negli ultimi decenni dalla diffusione di forme più o meno radicali di euroscetticismo, un processo peraltro comune ad altri paesi comunitari.


Testo di Elisa Tizzoni


Persone: Alcide De Gasperi; Ugo La Malfa; Giuseppe Mazzini; Ernesto Rossi; Robert Schuman; Carlo Sforza; Paolo Emilio Taviani
Luoghi: Belgio; Europa; Francia; Germania Occidentale; Italia; Lussemburgo; Paesi Bassi; Italia, Lazio, Latina, Ventotene
Riferimenti bibliografici:

Piero Craveri, Antonio Varsori (a cura di), L'Italia nella costruzione europea. Un bilancio storico (1957–2007), Milano, FrancoAngeli, 2009.

Marinella Neri Gualdesi, Il cuore a Bruxelles, la mente a Roma. Storia della partecipazione italiana alla costruzione dell'unità europea, Pisa, ETS, 2004.

Daniela Preda, Alcide de Gasperi: European Founding Father, Brussels, Peter Lang, 2018.

Antonio Varsori, La Cenerentola d'Europa? L'Italia e l'integrazione europea dal 1947 a oggi, Soveria Mannelli, Rubettino, 2010.


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